author: Sandro Paté category:
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Ho passato qualche mese della mia vita lavorativa in un ufficio in
cui si mandava avanti un’interessante (davvero, non è sarcasmo)
attività web content. Tutta fake. Si creavano mail, ci si registrava a
forum, si creavano e personalizzavano blog, si scrivevano post e se ne
migliorava il ranking sui servizi di social news, si creavano identità
su social network e, in alcuni casi – personalmente li trovavo i più
stimolanti – si scrivevano persino profili di personaggi inventati. Si
badi bene “si creavano identità” un modo di dire inquietante messo lì
un po’ come un in god game alla The Sims. Celebre in quel contesto la
battuta, oserei dire dickiana, di un collega che, un giorno
particolarmente ricco di questo tipo di attività di vagabondaggio per
la rete, dopo aver embeddato un video, aver scritto un post correlato,
aver aggiunto e pubblicato i primi commenti al proprio scritto e
linkato il tutto su un forum fingendosi un utente che aveva incontrato
per caso il suo stesso testo, alzò il capo dalla tastiera e con un
sorriso di circostanza disse a tutto l’ufficio una frase che recitava
pressapoco così: “Leggendo alcuni commenti reali, cioè non fatti da me, alle volte ho la sensazione che siano troppo stupidi e persino non veri?“. Io ricordo di aver risposto alla battuta con un’altra: “Infatti non sono veri. Ci sono un sacco di uffici come il nostro“. Tutti risero, tranne uno che mi disse una frase che non mi scorderò mai: “Certo. Sul web non c’è nessuno“.
Una bella frase inquietante. Ho un buonissimo ricordo di quel tipo di
attività. In effetti, anche se non ho tempo e modo di scriverne
diffusamente, c’è della creatività. Nel delicato gioco di
scatole cinesi alla base di quel lavoro c’era un momento
particolarmente importante. Quello della scelta delle password per i
numerosi account aperti qua e là. A questo proposito ho beccato un post su questo sito
che – se ho capito bene – dà indicazioni per recuperare vari tipi di
password senza l’uso di programmi specifici. Il post in questione è
anche una specie di mini guida alla scelta delle password. Mi vorrei
concentrare su questo passaggio per capire l’utilità del tutto.
“There are some interesting passwords on this list that show how people
try to be clever, but even human cleverness is predictable. For
example, look at these passwords that I found interesting:
ncc1701 The ship number for the Starship Enterprise
thx1138 The name of George Lucas’s first movie, a 1971 remake of an earlier student project
qazwsx Follows a simple pattern when typed on a typical keyboard
666666 Six sixes
7777777 Seven sevens
ou812 The title of a 1988 Van Halen album
8675309 The number mentioned in the 1982 Tommy Tutone
song. The song supposedly caused an epidemic of people dialing 867-
5309 and asking for “Jenny” (from What’s My Pass?)
Cioè in pratica, negli USA, se uno mette la targa dell’Enterprise,
il nome del primo (stupendo) film di George Lucas, i primi 6 tasti
alfanumerici della tastiera qwerty dall’alto verso il basso, sei “6″,
sette “7″, il titolo di un album dei Van Halen e un numero di telefono
menzionato in questa canzone (che comunque ha degli aneddoti
), non deve sentirsi troppo tranquillo. In effetti, un po’ tutti noi abbiamo in testa queste cifre. Difficilmente ce ne liberiamo. La lista di
password non abbastanza sicure del post The Top 500 Worst Passwords of
All Time fa riferimento a questo libro.
Certo, c’è un libro di 170 pagine che spiega come scegliere una
password e rimanere tranquilli. Nell’indice del libro ci sono geniali
paragrafi come “L’uso delle parentesi”, “La storia della password” e
sopratutto “Rime con il nove”. Già il fatto che venga insegnato uno o
più meccanismi per decidere una parola segreta mi sembra già ammettere che ci sia un modo
per poterla recuperare. Ovviamente posso essere smentito da qualcuno
(magari su anobii) che se l’è letto tutto. Comunque, geniale. Concludo con la
descrizione del manuale in questione (per fortuna questo testo è stato tradotto in
italiano!) trovata sul deastore e che trovo eccezionale:
“Questo libro esamina le password da tutte le prospettive possibili: gli
amministratori di sistema, impegnati a garantire la sicurezza delle
reti; gli utenti, che cercano di non dimenticare le password; i pirati
informatici, che tentano di scoprirle per accedere, senza permesso, a
reti aziendali, conti bancari privati o siti Web contenenti materiale
pornografico. L’autore Mark Burnett ha raccolto e analizzato oltre 4
milioni di password utenti. Dalla sua ricerca ha scoperto cosa funziona
e cosa non funziona, e quante persone probabilmente hanno un cane di
nome Fido”
Io,
un libro così, lo leggerei. Anzi spero di trovare una rece. Secondo me,
uno così, intendo l’autore, nell’ufficio in cui ho lavorato in passato,
si sarebbe anche divertito.