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Cal McCaffrey l’è un vunciun. El ga i cavei che ‘l me par un disperà, và in gir vestit ‘me un barbun e neta mai la machina. Un dì una fioela cunt i cavei russ la burla giò sota ‘l tram. Alura il sciur McCaffrey ghe vien in ment che l’è stà un queidun a sping la tusa. Dopu un para d’ur tutta che la storia chi la finis sul giurnal.
Cosa funziona:
Critica al mondo dell’editoria ai tempi dei blog, dei social network, di twitter e tutto il resto. Ma purtroppo dura solo un paio di minuti e si esaurisce con la battuta che Russle “Cal McCaffrey” Crowe rifila alla stagista ultima arrivata: “Sono qui da quindici anni e ho un computer vecchio di sedici, quella
invece con
tutta la tecnologia che ha può sparare anche un missile”.
Ripresa di inseguimento a piedi “stealth style” in un parcheggio. Un soldato magro con la faccia da pazzo cerca di uccidere Russel Crowe che a un segnale potrebbe scatenare l’inferno, ma che in questo film è lento, grasso e vorrebbe essere anche un po’ Jeffrey “Drugo” Lebowski. Così viene ferito a una mano.
Riprese delle care e vecchie rotative con bobine di carta gigantesche, pagine di quotidiano trasformate in sottili fogli di metallo e poi parti meccaniche dai nomi astrusi come lo stecker, la taglierina, la piega o la reggia. Ah,quanti ricordi…
Cosa non funziona:
Vedere Il Gladiatore che prova la Professione Reporter è come guardare Tyson che tiene un seminario sui poeti simbolisti francesi. Non è che sia proprio così credibile.
Stereotipi a go-go. L’editore è stronzo, Il giornalista è un eroe che si batte per la verità. Il politico è corrotto. Le multinazionali sono cattive. Internet è il futuro. Ce ne erano così tanti che anche il pubblico, qui, improvvisamente ha cominciato a parlottare dicendo frasi del tipo “Non esistono più le mezze stagioni”, “Il calcio è diventato brutto perché ci sono in ballo troppi soldi” e “Oramai son tutte rifatte“. E, come gli attori di State of Play, tutti facevano cenno di sì alle banalità del vicino.
Ben Affleck.











