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Palpebre come Pulp. Come polpa. Come carta riciclata. Mistone di romanzacci già letti o di tomi da biblioteca che nessuno prende più in prestito. Accumulo di storie diverse. Mix di immagini rubate chissà dove. Tutto mischiato. Porta a porta e La cappella degli Scrovegni. Giorgio Scerbanenco e Alessandro Manzoni. Il Purgatorio Dantesco e Telemarket. Il risultato è tagliente come un macete e pesante come un’incudine. Canova usa la penna come un’arma da taglio. E conosce perfettamente i tre usi del coltello. “lo usi per tagliare il pane, così avrai la forza di lavorare; lo usi per raderti, così ti fai bello per la tua innamorata, quando la scopri con un altro, lo usi per strapparle via quel cuore bugiardo” (David Mamet). E in effetti Gianni Vigo, brillante ricercatore universitario, studia il Purgatorio, dimostra acume, gusto, talento, originalità e sempre un’impeccabile stile. Viene coinvolto in un’avventura disumana che gli insegnerà nuovamente il significato di parole come passione, amore, sesso e piacere. E alla fine non potrà non reagire duramente a una vicenda che inizia con un delitto nel bagno dell’Università Statale di Milano e che continua con una catena di omicidi feroci. C’è qualcuno che non si limita a eliminare una vittima. Le viòla il fisico. Le strappa via la vita. Le re-inventa il corpo. Gianni Vigo, come in un FPS, vuole arrivare fino in fondo. Capire chi e cosa c’è dietro a tutto. Il burattinaio. E c’è.

 

Bene la recensione è finita. Questo romanzo contiene tutti quegli elementi a cui bisogna guardare con attenzione per dire se un libro è un capolavoro: è ambientato a Milano, abbonda di violenza gratuita e c’è un cadavere a pagina a 12. Da anobizzare subito. Ora due parole sull’autore. Inutile dire che se non ci fosse stato Canova io, oggi, chissà dove sarei andato a finire. Visto che ha pubblicato un mio articolo mentre facevo l’operaio molto poco specializzato. Ho conosciuto questo Mister Wolf italico nel 2001. Nanni Moretti veniva a fare una lezione all’università che frequentavo. Il Canova disse di fare una recensione del film La stanza del figlio. Io a dire il vero conoscevo già abbastanza bene il profe il perché durante l’anno di servizio militare leggevo Mucchio Selvaggio, da vero ggiovane, e avevo anche buttato giù in un giorno solo un suo libro sul cinema australiano. Roba da ultra-nerd. Accettai la sfida. 8000 battute. Consegnai le sudate carte. Poi non seppi più niente. Il mese d’opo l’allora rivista [Duel] pubblicava proprio la mia recensione. Allora vado a ricevimento. Dove Canova, si sa, da una decina d’anni a questa parte riceve solo gnocche pazzesche. Le faccio passare quasi tutte. Poi entro nel suo ufficio e dico: “Io sarei Sandro Paté”. Canova si alza in piedi e dice: “Patè! Complimenti”. E mi stringe la mano come se fossi il più grande critico cinematografico del mondo. Bè, insomma, io ci ho creduto. Non ricordo se disse qualcos’altro. Ma a questo punto ai fini del post non è importante. Grande Canova. Grazie Canova.

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