Partiamo dai maestri. Scerbanenco. "Traditori di tutti". "Venere privata". "I milanesi ammazzano al sabato". Tutti romanzi citati in "Palpebre". Una frase di un personaggio: “Scerbanenco è l’unico scrittore in lingua italiana che ha abbia capito e raccontato la violenza del processo di modernizzazione che ha caratterizzato il vostro paese negli anni Sessanta”. Una frase forte. Detta, tra l’altro, da un personaggio non italiano. Come è entrato Scerbanenco nella sua vita e perché è così importante?
"Mi sono laureato con una tesi su Scerbanenco e il giallo italiano. Allora la narrativa di genere era ancora un tabù, la chiamavano "paraletteratura", e ricordo che alcuni dei professori membri della mia commissione di tesi mi guardavano un po' schifati mentre parlavo di romanzi come "Venere privata". Scerbanenco rappresenta la modernità letteraria nel nostro paese molto meglio di tanti altri autori più noti e blasonati di lui. Mi piace anche il brutalismo della sua scrittura e la velocità con cui produceva storie. Davvero a getto continuo".
Il romanzo inizia con un delitto commesso nei bagni dell’Università Statale di Milano. Ricorda per certi versi il caso Simonetta Ferrero, Il mitico Delitto della Cattolica di cui si sono occupati anche Lucarelli e Montalbano. La cronaca nera interessa ancora gli scrittori?
"Certo. Ma c'è una differenza: in "Palpebre" i media SONO la cronaca nera. E' il loro modo d'essere uno dei crimini. Non rispecchiano e non raccontano il male, spesso lo alimentano e lo generano. Basta pensare alla puntata di Porta a porta che ho cercato di ricostruire nel romanzo".
Come fa uno scrittore come lei con alle spalle decenni di film, programmi tv, fumetti direi in generale opere di finzione, narrazioni più o meno complesse a scrivere un romanzo senza farsi influenzare in qualche modo e non pensare a quanto già fruito.
"Prima di scrivere Palpebre mi sono preso un periodo di "depurazione" Ho smesso di scrivere critiche e recensioni. Per anni e anni, ogni sera, ho passato almeno un'ora al giorno a inventare favole e a racconmtarle alla mia bambina, che ora ha cinque anni. Ho certcato di ritrovare di fronte al racconto lo stupore e il candore che ha Caterina, mia figlia. Poi, quando mi è sembrato di aver ritrovato "l'età dell'innocenza", ho provato a inventare – con quel candore, senza più pensare al già visto e al già letto – una favola nera per lettori adulti disposti a cercare nella scrittura anche un nocciolo di disagio…".
Inevitabilmente una domanda sul cinema. Il protagonista si chiama Giovanni Vigo, si parla qua e là di Kubrick, Orson Welles. Tuttavia, il momento che mi è piaciuto di più, quello che ricorderò, è quando il protagonista va a vedere un film all’Anteo, entra nella libreria all’interno del cinema e fa un po’ il cascamorto con la commessa. L’ho fatto anche io. E anche io molte volte non torno a casa e vado al cinema. Lo facevo ai tempi del De Amicis, quando lavoravo in un call center lì a due passi, al Brera quando andavo per locali in zona Garibaldi e al President quando andavo in biblioteca a Brera a studiare (e a provarci con una ragazza). Un pò di volte sono andato anche allo Splendor quando uscivo da casa Jannacci. Una delle cose più belle della mia vita era (ed è) andare al cinema da solo alla sera. Perché non lo fa più nessuno? Non a caso tutte le sale citate non esistono più. Perché a tutti gli altri non piace? Perché amano stare nel casino del multisala?
"Perchè bisogna aver un buon rapporto con la propria immaginazione per amare la solitudine. Le maggioranze, quelle che hanno l'immaginazione omologata, "da grande fratello", non tollerano di stare soli. Di sognare da soli. iI potere ha paura di chi sa stare solo, di chi non ha bisogno del casino, di chi va alcinema per aver una relazione amorosa col film. Chi fa questo pensa. E oggi il potere ha bisogno di una massa che goda nel poter esibire la propria refrattarietà al pensiero".
Perché bisogna leggere "Palpebre"?
"Perché genera un sottile malessere. Perché non ti riconcilia col mondo. Perché – spero - ti impedisce – almeno per qualche ora – di far finta di non vedere. anche se poi te la puoi sempre cavare – come fanno in tanti - dicendo che quello che hai letto è inverosimile".
"Palpebre" è da anobizzare subito. Come già detto. Non ricordo un romanzo ambientato a Milano altrettanto cattivo e violento. Ma alla fine come scrive Canova? Un Derek Raymond milanese.















