26
mar

Ho finito "Il sangue è randagio". Storia di odio razziale, violenza e pietre preziose. 859 pagine. Troppe. Come tutti i libri tosti scatta una certa forma di mimetismo culturale. Non sai perché ma quello che hai letto a fatica – durante alcune notti molta! – ha lasciato delle tracce. Eccole:


1.   Cominci a parlare con lo stile che James Ellroy usa in ogni singola pagina. In maniera cattiva.


2.   Entri nel bugigattolo della tua edicolante e con cattiveria dici: “Ehi bambolina smetti di fare ciò che stai facendo e dammi il solito”. Si tratta della persona a cui tutte le mattine chiedi il Corriere della Sera. E a volte Ratman.


3.   La tua morosa, come tutte le sere, ti chiede, se vuoi il the verde o preferisci la tisana sogni d’oro. Botta di vita. Tu rispondi: "Stasera vorrei del metaqualone corretto seconal con una spruzzata di fegato di pesce palla". Chi non ha abbandonato il libro dopo le prime 50 pagine capisce questo punto. Gli altri passino al prossimo.


4.   "Il tuo negozio è il peggiore di questo quartiere. È per colpa del tuo cattivo gusto che Lambrate sarà rinominata schifolandia". Questo, invece, lo dici al proprietario di Sergio acconciature per l’uomo moderno. Dal 1968 punto di riferimento per tutti gli uomini belli di Viale Porpora e zone limitrofe. E non sai perchè.


5. Non pensi più che la tua città sia uno schifo per la mancanza di piste ciclabili ma per quella di un casinò gestito da un paio di famiglie mafiose in lotta tra loro.


6. Sali sul tram, il solito 33, e cerchi nelle tasche una Browning per iniziare una sparatoria. Anche solo con il 5. O la 60. Che purtroppo è molto più veloce.


7. Diventi sospettoso. Non pensi più ad aggiungere gente su Facebook se non prima di aver letto un paio di faciscoli confidenziali.


8. Come i personaggi di Ellroy hai il sogno di andare a vivere in collina. Anche se quella più vicino a te è la tristissima montagnetta di S.Siro.


9. Hai lo strano desiderio di chiudere con il ramo siti web e aprire nel campo "gioco d'azzardo in un'isoletta sperduta della Repubblica Dominicana a gestione mafia".


10. Al posto delle solite frasi "stasera ti porto fuori", "domani usciamo a cena" oppure "ho in mente una serata speciale" con la tua morosa cominci a usare "non facciamoci trovare in casa", "facciamo perdere le nostre tracce" e "ho pronto un piano b".


Bene. Il primo post dell’epoca post-sangue randagio (libro anobizzato, ma a fatica!) è finito. E mi sembra anche simpatico. Secondo me un 6 in pagella lo porta a casa. Finalmente posso tornare a scrivere sul blog che è andato avanti "a Twitter" per un po'. (Foto da Books Inc in the Castro)

26
gen

Palpebre come Pulp. Come polpa. Come carta riciclata. Mistone di romanzacci già letti o di tomi da biblioteca che nessuno prende più in prestito. Accumulo di storie diverse. Mix di immagini rubate chissà dove. Tutto mischiato. Porta a porta e La cappella degli Scrovegni. Giorgio Scerbanenco e Alessandro Manzoni. Il Purgatorio Dantesco e Telemarket. Il risultato è tagliente come un macete e pesante come un’incudine. Canova usa la penna come un’arma da taglio. E conosce perfettamente i tre usi del coltello. “lo usi per tagliare il pane, così avrai la forza di lavorare; lo usi per raderti, così ti fai bello per la tua innamorata, quando la scopri con un altro, lo usi per strapparle via quel cuore bugiardo” (David Mamet). E in effetti Gianni Vigo, brillante ricercatore universitario, studia il Purgatorio, dimostra acume, gusto, talento, originalità e sempre un’impeccabile stile. Viene coinvolto in un’avventura disumana che gli insegnerà nuovamente il significato di parole come passione, amore, sesso e piacere. E alla fine non potrà non reagire duramente a una vicenda che inizia con un delitto nel bagno dell’Università Statale di Milano e che continua con una catena di omicidi feroci. C’è qualcuno che non si limita a eliminare una vittima. Le viòla il fisico. Le strappa via la vita. Le re-inventa il corpo. Gianni Vigo, come in un FPS, vuole arrivare fino in fondo. Capire chi e cosa c’è dietro a tutto. Il burattinaio. E c’è.

 

Bene la recensione è finita. Questo romanzo contiene tutti quegli elementi a cui bisogna guardare con attenzione per dire se un libro è un capolavoro: è ambientato a Milano, abbonda di violenza gratuita e c’è un cadavere a pagina a 12. Da anobizzare subito. Ora due parole sull’autore. Inutile dire che se non ci fosse stato Canova io, oggi, chissà dove sarei andato a finire. Visto che ha pubblicato un mio articolo mentre facevo l’operaio molto poco specializzato. Ho conosciuto questo Mister Wolf italico nel 2001. Nanni Moretti veniva a fare una lezione all’università che frequentavo. Il Canova disse di fare una recensione del film La stanza del figlio. Io a dire il vero conoscevo già abbastanza bene il profe il perché durante l’anno di servizio militare leggevo Mucchio Selvaggio, da vero ggiovane, e avevo anche buttato giù in un giorno solo un suo libro sul cinema australiano. Roba da ultra-nerd. Accettai la sfida. 8000 battute. Consegnai le sudate carte. Poi non seppi più niente. Il mese d’opo l’allora rivista [Duel] pubblicava proprio la mia recensione. Allora vado a ricevimento. Dove Canova, si sa, da una decina d’anni a questa parte riceve solo gnocche pazzesche. Le faccio passare quasi tutte. Poi entro nel suo ufficio e dico: “Io sarei Sandro Paté”. Canova si alza in piedi e dice: “Patè! Complimenti”. E mi stringe la mano come se fossi il più grande critico cinematografico del mondo. Bè, insomma, io ci ho creduto. Non ricordo se disse qualcos’altro. Ma a questo punto ai fini del post non è importante. Grande Canova. Grazie Canova.

19
gen

 

Carlotto racconta storie che dovrebbero occupare le pagine dei quotidiani. Si occupa di strani intrecci. Vicende che coinvolgono le forze dell'ordine, il crimine (più o meno) organizzato e la gente comune. Racconta in maniera precisa le difficoltà di persone appartenenti a questi tre gruppi. Difficoltà a sopravvivere in una zona del nostro paese che, si dice in L'amore del bandito, è "la parte d'Italia con la maggior concentrazione di organizzazioni criminali". Tre tipi di persone. Sì, perché nel nordest di tutti i libri di Carlotto i personaggi non si assomigliano mai. Ci sono gruppi ben precisi. Divisi. Sospettosi l'uno dell'altro. Impossibile stare sia da una parte che dall'altra. Se sei un ispettore di Polizia devi aiutare i tuoi e cancellare le tracce che provano il coinvolgimento nel furto di 44 kg di droga dall'Istituto di medicina legale di Padova. I problemi dei "tuoi" sono problemi tuoi. Se sei un kossovaro non puoi sposare una ragazza serba, anche se è uno schianto e nessuno le resiste quando balla su un palco. Se sei Marco Buratti, detto l'Alligatore, devi difendere i tuoi amici fino alla fine anche quando devono compiere una vendetta e sai benissimo che una storia di malavita finisce sempre male. Forse l'elemento che lega la vita delle persone appartenenti a questi tre gruppi è proprio la  lucida follia nell'andare incontro alla propria sorte. "Mai visto uno così deciso a farsi ammazzare". Dice Rossini dopo aver sparato a uno spacciatore  che si presenta a un incontro in campagna, senza armi e vede subito a un passo la propria fossa già pronta. Come se non ci fosse mai un vero piano, un progetto di vita o un sogno, ma solo un destino che pesa come gli alcolici che ci si scola nella zona di Venezia dall'ora dell'aperitivo in poi. In questo ultimo noir calibrato al millimetro il buon Carlotto racconta cosa accade quando gente appartenente a questi tre gruppi, queste classi sociali diversissime, è costretta a collaborare per sopravvivere. Non c'è accordo. Non ci sarà. Mai. 

 

Hai capito che recensione? Ho cercato di mantenere nel post l'atmosfera del romanzo, difficilmente ironica e quasi mai leggera. Da leggere assolutamente. Forse il miglior Carlotto mai letto. Anobizzatelo subito.

18
gen

 

Continua la mia recensione di Avatar dopo una prima parte coraggiosa, caciarona, discutibile, ma sopratutto, lunga.

 

6. La lingua Na'vi. Che ha un coefficiente di nerditudine altissimo. E manda a fondo scala il contatore Geiger che lo misura quasi come il klingoniano di Star Trek e sen'altro di più delle "robe" magiche di Hogwarts. Qui la grammatica Na'vi. Qui come Cameron l'ha realizzata.

 

7. Perché dopo aver visto Terminator 2 al cinema. In particolare il T1000. A Cameron si perdona tutto. Anche il fatto di aver lanciato Di Caprio.

 

8. Per il coraggio di Cameron di fare un film anti-americano, anti-computer, anti-internet, anti-tecnologia, anti-armi, anti-body building e quindi, in una sola parola, anti-nerd.

 

9. Zoe Saldana. La ami. Anche se non si vede mai. Perché ha già interpretato Uhura e a proposito di Cameron dice frasi come questa:

«Ogni volta che prova a fare il suo film al testosterone, dice, gli esce una Ripley o una Sarah Connor. Ma siamo così diversi, maschi e femmine, voglio dire? Chi ha deciso che una ragazza debba dire solo "Ti amo"? Sai che c'è? "Io non ti amo, voglio venire a letto con te". Chi dice che non va bene? Il pubblico? Si fotta il pubblico»

(da Io Donna del 12 dicembre)

 

10. Perché mescola una ventina di blockbuster e chissà quanti film non-blockbuster. Pure un film Disney. Io, per dire, oltre ai film che hanno citato tutti, al cine ho pensato  anche: Rambo, Flash Gordon (sì, quello con Ornella Muti!), Principessa Mononoke, Q – Il serpente alato, Dune, Screamers, Jurassic Park e una ventina di episodi di Star Trek serie classica. Tutto a sproposito.


Bene i due post sono finiti. Hanno dentro un po' di tutto e un po' di niente. Non si capisce se il film mi è piaciuto. Torno a lavorare. Con un po' di patemadanimo della domenica.

17
gen

Avatar è il film che ha in sé praticamente tutti i principi del nerd medio di qualsiasi nazionalità. Ecco i primi 10 motivi che mi vengono in mente. Il film di James Cameron non può non piacergli perché:

 

1. C'è l'elogio del mondo persistente online e della sua capacità di staccarti dalla realtà. In effetti, quando uno prova a vivere nel 2154, è alto 6 metri e non è costretto a prendere la metropolitana milanese o la tangenziale ovest per andare in giro non ha nessun interesse a tornare alla realtà di tutti i giorni. Qualunque essa sia.

 

2. Tutti dicono che è come Star Wars. Secondo me, Avatar non c'entra assolutamente nulla con Guerre Stellari. Poi, ovviamente, i punti di contatto, sofrzandosi, li si trova: uso della tecnologia, rigida (da adolescente) divisione bene/male, meticolosa documentazione su cose apparentemente inutili, palettate di miloni di dollari ad ogni inquadratura. Però il nerd, si sa, se sente Star Wars sbava come il cane di Pavlov. E poi va al cinema.

 

3. Gli Elicotteri

 

4. C'è il 3D. Ma non ci sono i classici fiocchi di neve o le classiche "quinte inutili" dei film 3D già usciti al cinema. Non c'è un 3D standard. Il 3D di Avatar è esagerato, piacevolmente esasperato e cattivo esattamente come ogni singola inquadratura del film. Cioè, i personaggi all'interno del film utilizzano strumenti 3D a loro volta. Su tutti il plastico di Pandora  che per un singolo momento sembra avere a sua volta dentro un 3D o i comandi degli elicotteri "stile Minority Report". Un 3D al cubo. Un 9D.

 

5. Al cinema ci sono tutti. Quelli che vanno perché gliel'ha suggerito Anna Praderio, i ggiovani con l'iPhone e/o la frangetta e, ovviamente, il nerd. Questi registra tutte le cose che sente prima, dopo e, purtroppo, durante la prioiezione per poi smontarle pezzo a pezzo in separata sede. Magari sul proprio blog. Al nerd tipo, si sa, piace. Si lamenta del fatto che "la gente", è evidente da ciò che dice, non ha capito niente e non ha colto le citazioni che ha notato lui. Che, peraltro, Cameron non ha fatto.

 

I primi incredibili 5 punti sono belli andati. Quello in alto, ovviamente, è il Sandro a Pandora. Nel prossimo post, anche la sua Neytiri.

11
gen

More about Bella la mia vita da supereroe Ha mal di denti, sua mamma è sparita dalla circolazione e il padrone di casa ha cambiato la serratura di casa così è costretto a dormire in macchina. Ma non c'è problema perché Hector, 13 anni, solo come un cane e senza un soldo, è un supereroe. Ha pensato a un modo molto semplice per uscire dai guai: le Buone Azioni. Tutti i supereroi le fanno e miracolosamente, seppur con mille difficoltà, risolvono la situazione a proprio vantaggio. Anche i mutanti che hanno un brutto rapporto con le autorità esattamente come Hector, adolescente in fuga anche dagli assistenti sociali.


"(…)facendo una buona azione, potevi cambiare il microcosmo. Si poteva curare il crimine. Bastava prendere un delinquente metterlo in una cella e fargli delle Buoen Azioni tutto il giorno finché ka sua malvagità si fosse esaurita. L'incarico poteva essere dato a tutte le nonne in pensione. Gli avrebbero fatto maglioni ai ferri, dato da mangiare pollo, sfoglia ripiena e torta alle mele, letto storie fino a cinverlo. Il Male non riuscito a prosperare sotto una terapia della Buona Azione".


E così, a furia di Buone Azioni, il più possibile disinteressate, Heck cerca di uscire dai guai anche se sembra avere tutti contro: chi gli ha rubato i compiti, il suo migliore amico lo pizzica a rubare venti dollari, una commessa in un centro commerciale, l'insegnante di disegno, un mendicante che parla con degli esserini che dice di tenere in una tasca…

 

Bene, la recensione è finita. Il libro l'ho letto in tram in poche ore e ho pensato: i libri delle Edizioni Salani sono tutti così belli? Merita davvero anche se Anobii dice "Età di lettura: da 13 anni" Diciamo, in sintesi, che è un libro per noi ggiovani.

06
gen

Anno nuovo, blog nuovo. Il passaggio a WordPress a questo punto è sembrata la cosa più sensata obbligato. Questo non è ancora il tema che vorrei ma un tema provvisorio in attesa di capire come funziona l'host della nuova piattaforma blog di Macchianera e caricarne uno stupendo. Visto che non posso raccontare a parole come sarà il nuovo Patemadanimo parto subito con la recensione in milanese di Sherlock Holmes, ieri sera all'Arcobaleno. Grassie al marìì della Sciura Ciccone, Sherlock Holmes – che l'è mai stà trop de cumpagnia – diventa bas, brut e cativ. Bene il post è finito. Il film a dire il vero non mi è piaciuto tranne ’idea di mostrare con dei flashforward rallentati il modo in cui Holmes mette in pratica la sua logica aristotelica in situazioni critiche, ma poi gli sceneggiatori  caricano troppo la sua capacità di osservazione facendone quasi un superpotere" da Cinefile. Bene vediamo se funziona quel worpress chi.

28
dic

“Scritto e diretto da Massimo Venier, “Generazione mille euro” è strutturato esattamente come i suoi film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Con le gag, i personaggi odiosi, il finale allegro e buonista. E per tener fede a quel tipo di canovaccio, butta via alcuni elementi interessanti del romanzo omonimo da cui è tratto. Qualche trovata all’inizio fa sorridere, il resto è piuttosto blandopallosostronzata. Anche perché non esiste che, dovendo scegliere fra il proprio capo (bionda, elegante e ovviamente stronza. La solita Crescentini) e la propria coinquilina (bruna, ciaciona e ovviamente alla manissima), uno non possa continuare a bombarsele entrambe. Ma vabbé”.

(da L’Antro atomico del Dottor Manhattan)

12
dic

“Ho fatto cose discutibili nei videogiochi. Ho ucciso 50.000 zombie per un achievement, ho sterminato una razza per un dialogo sbagliato, ho decapitato un milione di esseri umani e ho pure cantato una canzone degli 883 in singstar. Non me ne vergogno. Il videogioco non è la realtà e la mia moralità non può essere misurata dalla nefandezza delle mie azioni virtuali. tranne per gli 883, di quello mi vergogno”.

(Vincenzo Aversa, Babel)

25
nov

1. Ha dei momenti, non moltissimi, di cagotto alla Left 4 Dead. Il buio, ovviamente, non è lo stesso. Il sorround che ti picchia dietro il capoccino, tuttavia, ti fa abbastanza saltare sulla sedia. Per esempio, quando all’Hotel Sedgewick ti vengono incontro delle deliziose applique a tre braccia che chiunque vorrebbe avere in casa. Mica roba dell’IKEA. Qui si muovono come i ragni spia di Minority Report.

2. Finalmente lavori con Egon Spengler. Il nerd per antonomasia. Il proto-geek. Colui che ha costruito lo zaino protonico in casa con ciò che aveva a disposizione. Il tizio che hai sempre voluto essere. Quello che non è solo un acchiappafantasmi. Lui ha studiato per essere un acchiappafantasmi. Quello che usa i plumcake per far capire agli altri cose difficilissime. L’antipatico, preciso, goffo Harold Ramis che, in pratica, in Ghostbusters: The Video Game è, come si diceva una volta, “il principale”.

3. Perché finalmente si ha la libertà di giocare a un gioco, obiettivamente, di melma.

4. Finalmente hai la chance di fraggare l’antipatico, il grassone, il cattivo, stupidotto omino di marshmallow. Quell’imbecille vestito da marinaretto che hai sempre odiato. Breve inciso: in realtà per via di una inspiegabile traduzione, in Ghost Busters – Acchiappafantasmi non si capisce esattamente che lo spirito evocato da Ray è un personaggio dei bambini. Per rendere meglio l’idea del tipo di uccisione che si riesce a portare a termine ora nel videogioco, si pensi alla mucca di Fruttolo. Una vacca gigantesca, molle e, probabilmente, fatta di yogurt e formaggio. Facciamo finta che la bestia, dopo aver seminato il panico per Corso Buenos Aires o Porta Romana, credendosi Godzilla cominci ad arrampicarsi, mettiamo per ipotesi, sul grattacielo Pirelli. Proprio il palazzo in cui ti trovi tu! Certo perché i Ghostbusters lavorano per il governo. Quindi se fossero a Milano lotterebbero fino alla morte per la giunta. Sei sul tetto e sei tenuto per le chiappe da chi sta in cima con te. Nella nostra metafora, a questo punto, potrebbe essere Formigoni o Penati. Quindi sei in una situazione piuttosto “al limite”. Il tutto per mirare con precisione alla bestia gelatinosa con il raggio protonico. E poi farla esplodere.

5. Per sperimentare nuove armi. Gadget forse non efficaci come quelle di Deadspace o Gears of War (che tra l’altro sono in vendita!) ma decisamente all’avanguardia. Si allude allo sparamelma che in modalità secondaria spara il lacciobava, un mix tra la ragnatela di spiderman e del muco nasale verde fosforescente come la mitica trekkinglight.

6. Perché finalmente puoi provare l’ebbrezza di chiudere un fantasma in una griglia di cattura, raccoglierla da terra ancora fumante e tenerla in mano facendola penzolare come si fa generalmente con i topi. Io, per dire, dopo averlo provato nel gioco, ora stacco gli hardisk portatili che utilizzo al lavoro e li trasporto da un pc all’altro tenendoli così, dal filo, urlando: “Gli acchiappafantasmi sono tornati!“. E rido. Da solo.

7. Perché c’è Slimer che – non sapevo – nelle intenzioni di Dan Aycroyd doveva rappresentare nel lungometraggio il fantasma di John Belushi. C’è scritto su Wikipedia quindi sarà sicuramente falso. Però è bello crederlo.

8. Perché, dopo aver frequentato per anni la Biblioteca Sormani e aver litigato con, grosso modo, tutti quelli che lavorano alla Sormani. Dopo aver preso a prestito libri dalla Biblioteca Braidense e aver mandato a quel paese, in media, ogni singola persona che lavora alla Biblioteca Braidense. Dopo aver occupato la sala consultazione di quasi tutte le biblioteche del sud-ovest milanese e aver provato tanto odio brunettiano molto prima di Brunetta finalmente, con Ghostbusters: The Video Game si può entrare in una biblioteca, fare una faccia cattiva tipo Michael Douglas di Storie di ordinaria follia e devastare tutto. Ma propio tutto. Se poi, ripensando a come funzionano le biblioteche chi a milan ci si fa prendere la mano e non si colpiscono i fantasmi e vabbè pazienza.

9. Per il tasto E. In questo gioco, malgrado le entità sovrannaturali, la paura, le armi e il terrore, c’è dell’amicizia. Nella trama del titolo Atari, il giocatore è una nuova recluta, l’ultimo arrivato, lo stagista malpagato, l’ultima ruota del carro, la spina. Eppure esiste un tasto E. Lo potremmo definire “tasto aiuta acchiappafantasmi”. Ciò vuol dire che se offri la mano a Bill Murray per farlo rialzare da terra, poi lui, anche se sarai smelmato, svenuto o morto, la darà a te. Io amo il tasto E. Ci vorrebbe nella vita il tasto E.

10. Perché malgrado sia un gioco che ti fa sentire vecchio ha Teen come indice PEGI. Ciò vuol dire che se lo zaino protonico che fa impazzire i ggiovani piace anche a te vuol dire che, infondo, sei ancora ggiovane. Dentro.

A gentile richiesta (mia) ecco un nuovo post che così come è iniziato in un battito di Palpebre (per citare l’evento letterario dell’anno) è già bello che finito. Anche se superfluo, perché la rece per ggiovani è qui, ha dato delle grandi emozioni.