26
mar

Ho finito "Il sangue è randagio". Storia di odio razziale, violenza e pietre preziose. 859 pagine. Troppe. Come tutti i libri tosti scatta una certa forma di mimetismo culturale. Non sai perché ma quello che hai letto a fatica – durante alcune notti molta! – ha lasciato delle tracce. Eccole:


1.   Cominci a parlare con lo stile che James Ellroy usa in ogni singola pagina. In maniera cattiva.


2.   Entri nel bugigattolo della tua edicolante e con cattiveria dici: “Ehi bambolina smetti di fare ciò che stai facendo e dammi il solito”. Si tratta della persona a cui tutte le mattine chiedi il Corriere della Sera. E a volte Ratman.


3.   La tua morosa, come tutte le sere, ti chiede, se vuoi il the verde o preferisci la tisana sogni d’oro. Botta di vita. Tu rispondi: "Stasera vorrei del metaqualone corretto seconal con una spruzzata di fegato di pesce palla". Chi non ha abbandonato il libro dopo le prime 50 pagine capisce questo punto. Gli altri passino al prossimo.


4.   "Il tuo negozio è il peggiore di questo quartiere. È per colpa del tuo cattivo gusto che Lambrate sarà rinominata schifolandia". Questo, invece, lo dici al proprietario di Sergio acconciature per l’uomo moderno. Dal 1968 punto di riferimento per tutti gli uomini belli di Viale Porpora e zone limitrofe. E non sai perchè.


5. Non pensi più che la tua città sia uno schifo per la mancanza di piste ciclabili ma per quella di un casinò gestito da un paio di famiglie mafiose in lotta tra loro.


6. Sali sul tram, il solito 33, e cerchi nelle tasche una Browning per iniziare una sparatoria. Anche solo con il 5. O la 60. Che purtroppo è molto più veloce.


7. Diventi sospettoso. Non pensi più ad aggiungere gente su Facebook se non prima di aver letto un paio di faciscoli confidenziali.


8. Come i personaggi di Ellroy hai il sogno di andare a vivere in collina. Anche se quella più vicino a te è la tristissima montagnetta di S.Siro.


9. Hai lo strano desiderio di chiudere con il ramo siti web e aprire nel campo "gioco d'azzardo in un'isoletta sperduta della Repubblica Dominicana a gestione mafia".


10. Al posto delle solite frasi "stasera ti porto fuori", "domani usciamo a cena" oppure "ho in mente una serata speciale" con la tua morosa cominci a usare "non facciamoci trovare in casa", "facciamo perdere le nostre tracce" e "ho pronto un piano b".


Bene. Il primo post dell’epoca post-sangue randagio (libro anobizzato, ma a fatica!) è finito. E mi sembra anche simpatico. Secondo me un 6 in pagella lo porta a casa. Finalmente posso tornare a scrivere sul blog che è andato avanti "a Twitter" per un po'. (Foto da Books Inc in the Castro)

08
feb
Quando penso a James Ellroy mi viene in mente Alberto Crespi.
 
Durante una rassegna organizzata al cinema Gnomo enne anni fa quest’ultimo raccontò quello che James “The Dog” Ellroy disse a chi aveva scritto e girato "LA Confidential", sicuramente il più bel film ispirato ai suoi romanzi. Guardando Curtis Hanson e Brian Helgeland, giusto la mattina dopo aver ricevuto la sceneggiatura disse più o meno così: “Stronzi”. O forse “Bastardi”. Non ricordo benissimo.
 
James Ellroy, sempre secondo il buon Crespi, era rimasto scontento di “Indagine ad alto rischio” prodotto da James Woods definito, anche per  quel tentativo andato male, “quel tossico di merda”. Per colpa di Woods, quindi, il Sciur Ellroy, mi pare di poter dire, è sempre molto scettico rispetto all’idea di vedere su grande schermo qualcosa tratto dalle sue opere. Quella robaccia di "Dalia Nera", che doveva ancora essere girata, rende bene l'idea del rischio nel mettere in scena libri di Ellroy.
 
A chi aveva messo le mani su un suo libro per la seconda volta, tuttavia, aggiunse anche: “Avete preso i miei personaggi e li avete usati per raccontare un’altra cosa. È tutto diverso, ma sta in piedi”. Dal racconto di Crespi emerse una moderatissima soddisfazione per il lavoro di adattamento di Hanson e Helgeland. Credo sia il massimo che si potrà mai avere. Da James Ellroy, per questo colpa di questo aneddoto, non mi aspetto mai entusiasmo. Vederlo vestito come Gervaso durante la sua turnè italiana, certo, mi ha spiazzato parecchio. Ad ogni modo questo post serve solo a raccogliere le migliori cose dette o scritte durante il suo soggiorno meneghino:
 
 
"The Dog fa il suo ingresso insieme allo straordinario Paolo Noseda: è altissimo, ve l’ho detto. Il cranio lucido e lo sguardo da matto, la voce bassa, tonante. Parla della faccia oscura dei Sessanta, della sua infatuazione giovanile per i furti con scasso (e la biancheria femminile), di omosessuali al potere, di sangue, di donne, di sua madre, dell’Occidente, di Beethoven. De Cataldo dice Zeitgeist, Ellroy risponde Fucking & sucking. Lo ripete trenta volte. Dice che se ne frega dell’Europa e degli europei, che ama le donne di sinistra. Ogni centocinquanta parole, precisa che il suo libro è edito da Mondadori. Alla sesta volta diventa uno sketch e la gente ride".
(Simone Sarasso da Milano Nera)

"Ellroy ha detto cose spaventose, gigantesche, manichee, degne del tragico e non dell'epico, assolute, eschilee – vibrando fonicamente una prosodia tantrica occidentale".
(Giuseppe Genna da Facebook)

-Le piace la musica?
-Ascolto musica classica tutti i giorni, quando faccio ginnastica e quando me ne sto sdraiato al buio
(James Ellroy a l’Unità)

And I've finally met the woman. I've finally met her. But I'm the guy with no place to go on Christmas and Easter that ends up getting.
(James Ellroy a The Guardian)

- In Italia abbiamo una memoria storica molto breve. Dimentichiamo in fretta e ripetiamo gli stessi errori. Quale rischio corre un Paese che non ricorda?
-Non lo so. Non penso a queste cose. Penso solo alla merda che mi porta dal punto A al punto B. Io mi concentro su aspetti molto limitati, precisi. Quando avevo tredici anni ho individuato sei o sette cose che mi interessavano: sono ancora quelle. Io sono un autore incredibilmentedisciplinatoedèperquesto che riesco a scrivere un libro così grande, così complesso e così pieno di significati. Di conseguenza tutto ciò che contraddice il mio obiettivo o devia il mio percorso, lo spingo via.
(James Ellroy da qui)

-In questo libro molti personaggi sono uniti dall’odio.
-Questo è un libro che parla di uomini cattivi che amano donne forti. È un libro che parla di assassini che riescono a virare, a modificare le loro convinzioni utilizzando principalmente le donne come strumenti di conversione. Questo è un libro di speranza, di salvezza, redenzione e tormento. C’è odio nel libro, ma va attraversato per arrivare all’amore…
-E per arrivare a Dio?
-Esatto. Ma non mi interrompa mai più.
(James Ellroy ancora da qui)

-Quali sono le sue abitudine di scrittura?
-Sveglia alle otto. Lavoro fino all’una e mezzo. Palestra. Ancora due ore di lavoro nel tardo pomeriggio. Vita di famiglia, poi di nuovo lavoro dalle otto e mezzo alle undici di sera. Non so battere a macchina, scrivo a mano su blocchi di carta comune con una biro da due soldi, inchiostro nero. Le correzioni le faccio in rosso.
(James Ellroy da Au Lapin Agile)

Bau Bau
(James Ellroy a Che tempo che fa)

Bene. Il post su Ellroy è finito. Il libro Il sangue è randagio con le sue simpatiche 850 pagine è appena iniziato. Al momento posso solo dire qualcosa a proposito delle prime 73 pagine. Terribili. Ultraviolente. Bellissime. C'è anche amore però. Da anobizzare immediately.
01
feb

 

Partiamo dai maestri. Scerbanenco. "Traditori di tutti". "Venere privata". "I milanesi ammazzano al sabato". Tutti romanzi citati in "Palpebre". Una frase di un personaggio: “Scerbanenco è l’unico scrittore in lingua italiana che ha abbia capito e raccontato la violenza del processo di modernizzazione che ha caratterizzato il vostro paese negli anni Sessanta”. Una frase forte. Detta, tra l’altro, da un personaggio non italiano. Come è entrato Scerbanenco nella sua vita e perché è così importante?

"Mi sono laureato con una tesi su Scerbanenco e il giallo italiano. Allora la narrativa di genere era ancora un tabù, la chiamavano "paraletteratura", e ricordo che alcuni dei professori membri della  mia commissione di tesi mi guardavano un po' schifati mentre parlavo di romanzi come "Venere privata". Scerbanenco rappresenta la modernità letteraria nel nostro paese molto meglio di tanti altri autori più noti e blasonati di lui. Mi piace anche il brutalismo della sua scrittura e la velocità con cui produceva storie. Davvero a getto continuo".

 

Il romanzo inizia con un delitto commesso nei bagni dell’Università Statale di Milano. Ricorda per certi versi il caso Simonetta Ferrero, Il mitico Delitto della Cattolica di cui si sono occupati anche Lucarelli e Montalbano. La cronaca nera interessa ancora gli scrittori?

"Certo. Ma c'è una differenza: in "Palpebre" i media SONO la cronaca nera. E' il loro modo d'essere uno dei crimini. Non rispecchiano e non raccontano il male, spesso lo alimentano e lo generano. Basta pensare alla puntata di Porta a porta che ho cercato di ricostruire nel romanzo".

 

Come fa uno scrittore come lei con alle spalle decenni di film, programmi tv, fumetti direi in generale opere di finzione, narrazioni più o meno complesse a scrivere un romanzo senza farsi influenzare in qualche modo e non pensare a quanto già fruito.

"Prima di scrivere Palpebre mi sono preso un periodo di "depurazione" Ho smesso di scrivere critiche e recensioni. Per anni e anni, ogni sera, ho passato almeno un'ora al giorno a inventare favole e a racconmtarle alla mia bambina, che ora ha cinque anni. Ho certcato di ritrovare di fronte al racconto lo stupore e il candore che ha Caterina, mia figlia. Poi, quando mi è sembrato di aver ritrovato "l'età dell'innocenza", ho provato a inventare – con quel candore, senza più pensare al già visto e al già letto – una favola nera per lettori adulti disposti a cercare nella scrittura anche un nocciolo di disagio…".

 

Inevitabilmente una domanda sul cinema. Il protagonista si chiama Giovanni Vigo, si parla qua e là di Kubrick, Orson Welles. Tuttavia, il momento che mi è piaciuto di più, quello che ricorderò, è quando il protagonista va a vedere un film all’Anteo, entra nella libreria all’interno del cinema e fa un po’ il cascamorto con la commessa. L’ho fatto anche io. E anche io molte volte non torno a casa e vado al cinema. Lo facevo ai tempi del De Amicis, quando lavoravo in un call center lì a due passi, al Brera quando andavo per locali in zona Garibaldi e al President quando andavo in biblioteca a Brera a studiare (e a provarci con una ragazza). Un pò di volte sono andato anche allo Splendor quando uscivo da casa Jannacci. Una delle cose più belle della mia vita era (ed è) andare al cinema da solo alla sera. Perché non lo fa più nessuno? Non a caso tutte le sale citate non esistono più. Perché a tutti gli altri non piace? Perché amano stare nel casino del multisala?

"Perchè bisogna aver un buon rapporto con la propria immaginazione per amare la solitudine. Le maggioranze, quelle che hanno l'immaginazione omologata, "da grande fratello", non tollerano di stare soli. Di sognare da soli. iI potere ha paura di chi sa stare solo, di chi non ha bisogno del casino, di chi va alcinema per aver una relazione amorosa col film. Chi fa questo pensa. E oggi il potere ha bisogno di una massa che goda nel poter esibire la propria refrattarietà al pensiero".

 

Perché bisogna leggere "Palpebre"?

"Perché genera un sottile malessere. Perché non ti riconcilia col mondo. Perché – spero - ti impedisce – almeno per qualche ora – di far finta di non vedere. anche se poi te la puoi sempre cavare – come fanno in tanti - dicendo che quello che hai letto è inverosimile".


"Palpebre" è da anobizzare subito. Come già detto. Non ricordo un romanzo ambientato a Milano altrettanto cattivo e violento. Ma alla fine come scrive Canova? Un Derek Raymond milanese.

26
gen

Palpebre come Pulp. Come polpa. Come carta riciclata. Mistone di romanzacci già letti o di tomi da biblioteca che nessuno prende più in prestito. Accumulo di storie diverse. Mix di immagini rubate chissà dove. Tutto mischiato. Porta a porta e La cappella degli Scrovegni. Giorgio Scerbanenco e Alessandro Manzoni. Il Purgatorio Dantesco e Telemarket. Il risultato è tagliente come un macete e pesante come un’incudine. Canova usa la penna come un’arma da taglio. E conosce perfettamente i tre usi del coltello. “lo usi per tagliare il pane, così avrai la forza di lavorare; lo usi per raderti, così ti fai bello per la tua innamorata, quando la scopri con un altro, lo usi per strapparle via quel cuore bugiardo” (David Mamet). E in effetti Gianni Vigo, brillante ricercatore universitario, studia il Purgatorio, dimostra acume, gusto, talento, originalità e sempre un’impeccabile stile. Viene coinvolto in un’avventura disumana che gli insegnerà nuovamente il significato di parole come passione, amore, sesso e piacere. E alla fine non potrà non reagire duramente a una vicenda che inizia con un delitto nel bagno dell’Università Statale di Milano e che continua con una catena di omicidi feroci. C’è qualcuno che non si limita a eliminare una vittima. Le viòla il fisico. Le strappa via la vita. Le re-inventa il corpo. Gianni Vigo, come in un FPS, vuole arrivare fino in fondo. Capire chi e cosa c’è dietro a tutto. Il burattinaio. E c’è.

 

Bene la recensione è finita. Questo romanzo contiene tutti quegli elementi a cui bisogna guardare con attenzione per dire se un libro è un capolavoro: è ambientato a Milano, abbonda di violenza gratuita e c’è un cadavere a pagina a 12. Da anobizzare subito. Ora due parole sull’autore. Inutile dire che se non ci fosse stato Canova io, oggi, chissà dove sarei andato a finire. Visto che ha pubblicato un mio articolo mentre facevo l’operaio molto poco specializzato. Ho conosciuto questo Mister Wolf italico nel 2001. Nanni Moretti veniva a fare una lezione all’università che frequentavo. Il Canova disse di fare una recensione del film La stanza del figlio. Io a dire il vero conoscevo già abbastanza bene il profe il perché durante l’anno di servizio militare leggevo Mucchio Selvaggio, da vero ggiovane, e avevo anche buttato giù in un giorno solo un suo libro sul cinema australiano. Roba da ultra-nerd. Accettai la sfida. 8000 battute. Consegnai le sudate carte. Poi non seppi più niente. Il mese d’opo l’allora rivista [Duel] pubblicava proprio la mia recensione. Allora vado a ricevimento. Dove Canova, si sa, da una decina d’anni a questa parte riceve solo gnocche pazzesche. Le faccio passare quasi tutte. Poi entro nel suo ufficio e dico: “Io sarei Sandro Paté”. Canova si alza in piedi e dice: “Patè! Complimenti”. E mi stringe la mano come se fossi il più grande critico cinematografico del mondo. Bè, insomma, io ci ho creduto. Non ricordo se disse qualcos’altro. Ma a questo punto ai fini del post non è importante. Grande Canova. Grazie Canova.

19
gen

 

Carlotto racconta storie che dovrebbero occupare le pagine dei quotidiani. Si occupa di strani intrecci. Vicende che coinvolgono le forze dell'ordine, il crimine (più o meno) organizzato e la gente comune. Racconta in maniera precisa le difficoltà di persone appartenenti a questi tre gruppi. Difficoltà a sopravvivere in una zona del nostro paese che, si dice in L'amore del bandito, è "la parte d'Italia con la maggior concentrazione di organizzazioni criminali". Tre tipi di persone. Sì, perché nel nordest di tutti i libri di Carlotto i personaggi non si assomigliano mai. Ci sono gruppi ben precisi. Divisi. Sospettosi l'uno dell'altro. Impossibile stare sia da una parte che dall'altra. Se sei un ispettore di Polizia devi aiutare i tuoi e cancellare le tracce che provano il coinvolgimento nel furto di 44 kg di droga dall'Istituto di medicina legale di Padova. I problemi dei "tuoi" sono problemi tuoi. Se sei un kossovaro non puoi sposare una ragazza serba, anche se è uno schianto e nessuno le resiste quando balla su un palco. Se sei Marco Buratti, detto l'Alligatore, devi difendere i tuoi amici fino alla fine anche quando devono compiere una vendetta e sai benissimo che una storia di malavita finisce sempre male. Forse l'elemento che lega la vita delle persone appartenenti a questi tre gruppi è proprio la  lucida follia nell'andare incontro alla propria sorte. "Mai visto uno così deciso a farsi ammazzare". Dice Rossini dopo aver sparato a uno spacciatore  che si presenta a un incontro in campagna, senza armi e vede subito a un passo la propria fossa già pronta. Come se non ci fosse mai un vero piano, un progetto di vita o un sogno, ma solo un destino che pesa come gli alcolici che ci si scola nella zona di Venezia dall'ora dell'aperitivo in poi. In questo ultimo noir calibrato al millimetro il buon Carlotto racconta cosa accade quando gente appartenente a questi tre gruppi, queste classi sociali diversissime, è costretta a collaborare per sopravvivere. Non c'è accordo. Non ci sarà. Mai. 

 

Hai capito che recensione? Ho cercato di mantenere nel post l'atmosfera del romanzo, difficilmente ironica e quasi mai leggera. Da leggere assolutamente. Forse il miglior Carlotto mai letto. Anobizzatelo subito.

11
gen

More about Bella la mia vita da supereroe Ha mal di denti, sua mamma è sparita dalla circolazione e il padrone di casa ha cambiato la serratura di casa così è costretto a dormire in macchina. Ma non c'è problema perché Hector, 13 anni, solo come un cane e senza un soldo, è un supereroe. Ha pensato a un modo molto semplice per uscire dai guai: le Buone Azioni. Tutti i supereroi le fanno e miracolosamente, seppur con mille difficoltà, risolvono la situazione a proprio vantaggio. Anche i mutanti che hanno un brutto rapporto con le autorità esattamente come Hector, adolescente in fuga anche dagli assistenti sociali.


"(…)facendo una buona azione, potevi cambiare il microcosmo. Si poteva curare il crimine. Bastava prendere un delinquente metterlo in una cella e fargli delle Buoen Azioni tutto il giorno finché ka sua malvagità si fosse esaurita. L'incarico poteva essere dato a tutte le nonne in pensione. Gli avrebbero fatto maglioni ai ferri, dato da mangiare pollo, sfoglia ripiena e torta alle mele, letto storie fino a cinverlo. Il Male non riuscito a prosperare sotto una terapia della Buona Azione".


E così, a furia di Buone Azioni, il più possibile disinteressate, Heck cerca di uscire dai guai anche se sembra avere tutti contro: chi gli ha rubato i compiti, il suo migliore amico lo pizzica a rubare venti dollari, una commessa in un centro commerciale, l'insegnante di disegno, un mendicante che parla con degli esserini che dice di tenere in una tasca…

 

Bene, la recensione è finita. Il libro l'ho letto in tram in poche ore e ho pensato: i libri delle Edizioni Salani sono tutti così belli? Merita davvero anche se Anobii dice "Età di lettura: da 13 anni" Diciamo, in sintesi, che è un libro per noi ggiovani.

15
ott

Io, un giorno, ho conosciuto i ragazzi che hanno prodotto, girato e montato Scrivere/New York. Da allora leggo romanzi ambientati a Milano. Meglio se gialli, noir, neri, morti, feriti e un po' tristi. In segreto, ma mica tanto, spero un giorno di riuscire a fare uno Scrivere/Milano. Oggi ho finito un libro di Giuseppe Genna ambientato (anche) a Milano. Alludo a Non toccare la pelle del drago. Oltre agli avvenimenti che vengono raccontati e al ritmo di questo thrillerone tra la Brianza e la Cina, personalmente, mi piacciono i riferimento a quello che potrebbe dire ma non dice. La narrazione è condita di riferimenti, considerazioni geopolitiche (presa da qua). Mi spiego meglio: si caratterizzano i personaggi e le situazioni narrate con gli stereotipi, i rumors, i pettegolezzi Milano anni 2000. Mi piace come vengono elaborati i giuidizi e pregiudizi sui cinesi a Milano. Sembra di sentire i vecchi che discutono mentre guardano gli scavi al mattino prima di andare a comprare Libero o Il Giornale. Sembra di ascoltare qualche quarantenne in crisi che dà la colpa ai cinesi perché gli rubano il lavoro. In realtà glielo comprano. Che è ben diverso. Si sentono i ggiovani che parlano male di coetanei con capelli molto strani, ma che a poco più di trent'anni hanno già sei ristoranti, due sartorie e quattro lavanderie. E non hanno fatto nessun master in comunicazione o marketing. Ma sempre si capisce che Genna (magari non è vero) ne sa di più di quello che scrive. Non può dirci tutto. Vorrebbe, ma non può perché in realtà dietro a personaggi ci sono persone normali. Magari è solo una mia sensazione. Ma lo considero il più grande talento di questo scrittore che ho anche conosciuto tanto tempo fa. Ad ogni modo consiglio questo libro. Tanto è vero che un domani, o anche dopodomani, dovessi riuscire a fare un mio Scrivere/Milano, uno dei capitoli sarebbe proprio sui cinesi milanesi. Metto un estratto per dimostrare che l'ho letto davvero:

Sulla tangenziale, rientrando a Milano, mentre si alzava dall'asfalto una nebbia spessa di fumi di scarico, e si procedeva a passo d'uomo. Vide i grattacieli sporchi, orologi elettronici rosso acceso sulle facciate dei grattacieli, le stanghe dei numeri rotte, orari assurdi di cifre inestenti irradiate nell'aria sporca. I tir sembravano enormi buoi, secolari e annoiati dal tempo.

Il cielo era terso, ma non si riusciva a penetrare la nebbia degli scarichi.

Rientrato a Milano, in viale Certosa, fu bloccato dauna manifestazione di protesta dei lavoratori di Postalmarket: stavano per essere licenziati tutti.

Cercò la sirena nella Bmw degli zurighesi. La trovò. L'accese. Si fece strada nel traffico immobile. Si liberò.

Quando fu libero dal traffico si rese conto che non sapeva dove andare. In questura? A Casa? Dove?



Bene il post è finito. Mi sembra anche bello carico di elementi. Ma pur sempre un post "da venerdì". Per il weekend grande maratona Ghostbusters The Game. Come dice il mitico Boni: "Io. Non la perderei".

28
dic

Le pagine 12-13 del Corriere della Sera di ieri sono in assoluto le migliori pagine di fantascienza che ho letto quest'anno. Avvicinate, forse, solo da questo libro. Il motivo è semplice. Perché, come nel saggio citato (che qui anobizzo), è tutto vero. Non sembra fiction. E forse anche perchè ho letto l'articolo del prode Giovanni Caprara in un contesto particolare e mi sono sentito minacciato. Ero in palestra e a un certo punto tra una notizia che fa cadere le braccia e un'altra che ti fa venir voglia di andare a vivere in Belgio, eccone una dal titolo: 2011, l'invasione dei robot. Paura. Sottotitolo: Saranno 18 milioni in fabbrica e nelle case. Gli esperti: potranno sfuggire al controllo. Penso immediatamente: una macchina sta registrando le mie pulsazioni. Forse non mi dirà mai che ho bruciato il panettone al cioccolato del giorno prima. C'è una ragione: mi odia. Sarà stata la musica dell'iPod sparata nelle orecchie ma ho vissuto un attimo di terrore. L'incipit, in effetti, non aiutava: I robot stanno per diventare un pericolo, dobbiamo pensare a come difenderci. Fermi tutti. Mi son guardato intorno e ho pensato che sarei dovuto tornare a casa, barricarmici dentro e difendere la mia morosa e i gatti da un esercito di T-1000 impazziti che prima o poi sarebbe arrivato. Leggendo l'articolo, forse autosuggestionato da anni di Urania, sono giunto alla conclusione: prima o poi avremo dei seri problemi con i robot. Poi leggo velocemente altre parti. Virgolettati che trasformerebbero la casalinga di Voghera in Sarah Connor, quella cinematografica con i muscoli e le canotte nere in stile cazzo-hai-da-guardare-vuoi-botte? ovviamente, non questa: "Le indagini dicono che ormai molti bambini prefericono il robottino al tradizionale orsacchiotto", e anche "l'esplosione nelle quantità di queste macchine e soprattutto la loro intelligenza sempre più sofisticata amplia, infatti, la possibilità che possano sfuggire al controllo", ma sopratutto "(…)nessuno controllo sugli androidi". Quando finisco lo specialone apocalittico sono davvero di cattivo umore. Spaventato. Temo che la mia Matiz sia in realtà un Transformers che non vuole farmi tornare in zona Lambrate. E una volta a casa c'è lui. Me l'hanno regalato due giorni fa. Ha già terrorizzato uno degli altri gatti. Anche tra le mura amiche sono in pericolo. Qui e qui ci sono alcune prove. Si nota come il micio vero dorma sempre con l'occhietto semiaperto. Non riesco a trovare nemmeno il vano in cui si levano le pile al perfetcpetzzz. Ci sarà? Per ora respira tranquillo e ogni tanto fa le fusa.    

04
dic

Io amo venire a lavoro con il tram. In generale a me il tram piace come concetto, non a caso appena posso passo dallo studio di un genio che si chiama Pietro Trivelli, per vedere se ne ha dipinti di nuovi. In tram, tutte le mattine, si litiga. Si litiga perchè il tram arriva in ritardo, per la pioggia, per il governo ladro, per gli extracomunitari. Fondamentalmente perchè il tram è un posto piuttosto triste. Anche se l'atm lo affitta per delle feste al sabato sera e lo riempie di allegra pubblicità, rimane un posto inospitale. Panchette di legno durissimo, velocità relativa pittusto bassa, limiti tecnologici evidenti, rumore. Per questo ho smesso di giocare con la PSP o la NintendoDS e ho optato per una scelta low profile come leggere un libro. Le due ragazzine che avevo di fronte, oggi, han detto che "di tutte queste robe sui vampiri non se ne può più". Non esattamente queste parole ma io il gergo dei ggiovani non voglio riportarlo qui. Ma il caso vuole che io stia leggendo un grande libro sui vampiri. Oggi avrei voluto litigare anche io sul tram.